Nusco al tramonto

TARANTELLA NUSCANA

“17 MERCOLEDI’ S. ANTONIO ABATE

USANZE DI UN TEMPO

Si festeggia il primo

giorno di carnevale con l’accensione

di grandi fuochi nelle strade.

E la gente passa

la notte in cerchio attorno

al fuoco, mangiando bevendo

e raccontando storie…”

(DA ANIELLO RUSSO, “ANTICO ALMANACCO 1995”, LA GINESTRA, AVELLINO, 1995, P. 11.)

Il falòUna tradizione… resta quella del carnevale. Una volta disdegnata perché popolare, volgare e letteralmente legata alla terra, oggi accomuna tutti senza distinzione. In origine essa iniziava il 17 gennaio, festività di S. Antonio Abate. La conferma ci viene assicurata da un vecchio detto: “S. Antuonu mascaru e suonu” ed ancora “Chi buone Carnevale vole fa, da Sand’Anduone hadda accumenzà”. (Conza e Morra De Sanctis) Tutt’oggi il popolo collega l’inizio del divertimento e della festa con questa ricorrenza. Le maschere, in prima uscita, danzano vicino a grossi falò accesi in onore del Santo, i cui carboni, fino a qualche anno fa, venivano portati in ogni casa e conservati, secondo la tradizione, per scongiurare i temporali. Intorno ai falò la gente ama incontrarsi per socializzare e consumare castagne, patate e vino.”

(GIUSEPPE IULIANO, LA CIVILTA’ CONTADINA IN IRPINIA, COOPERATIVA CULTURALE, NUSCO, 1982, P. 70)

Portale in pietra

“CHIAMA VICINU A TTE TUTTU STU POPULU

SO’ BBRAVA GENTU E SO FATICATURI.

E GUARDA ATTUORNU A TE, QUANTA MISERIA

QUANTA SPERANZU E QUANTA AMARU PENU…

QUISTU POPULU TUU MO BBENIRICILU,

GESU’ BAMBINU, RALLI PACI E BBENU !”

ASTROMINICA

 – I –

“Sand’Anduonu”: grande fuoco

lunga notte di gennaio

tutt’intorno è neve e gelo

mentre sibila il rovaio

ma qui al caldo si sta bene

solo visi sorridenti

e da questa viva brace

con soave sfrigolio si diffonde già il profumo

di “sasicchi” e bei “pezzenti”.

Il buon vino ora non manca

ci han pensato lo “Scannogliu” e la Chianole ed il Mito

o Vignale Conca d’Oro

e gli attivi contadini

premurosi ed ospitali

vero sale della terra.

Piccionaia De FeoOr si parla si discute

si ricorda chi è lontano

e si gusta nel contempo

“lu pastieru” il buon soffritto

e si beve e poi si canta

ed echeggiano “Sapite

ch’è succiesu a Terrachiana”

ed “Oi mamma vangi parla

ca si vaco i’ m’imbroglio…”

E si torna a conversare

e si scambiano bei motti

lazzi versi lepidezze

si dimentica il passato

non ci sono più tristezze;

e si leva poi fremente

il rullio dei tamburelli

e nell’aria della notte

vola allegra in ogni dove

la festante tarantella.

Orologio della CattedraleE ad un tratto torna il sole

sfavillante dell’estate

e nel cielo vanno i canti

delle donne giù al torrente

o al lavoro nei campi

e si sentono le note

di un nostalgico organetto

quando dopo aver trebbiato

per battesimi o per nozze

con gli amici e coi parenti

sono balli e sono canti

non pensando ma per poco

agli stenti quotidiani

e ai “guardiani” esosi occhiuti

di “signori” e “signorini”.

E già il ritmo è più grave

e subentra all’allegria

una nube di tristezza

al pensier delle rinunce

delle tante umiliazioni

di una vita spesso amara,

del lavoro duro ingrato,

del tormento delle mamme

che sbiancando i cari figli

partir vedono – e non sanno

se mai più li rivedranno –

come rondini a novembre

dal bisogno allontanati

con nel cuore solamente

la speranza di tornare.

Campanile– II –

Nella notte i tamburelli

ora rullano profondi

e gridando vanno al vento

dell’antica sofferenza

di una gente oppressa e stanca.

E nel ritmo allucinato

or rivivon ansie e pene

di color che hanno sofferto

e che han visto scomparire

per tanti anni la speranza

di una vita dignitosa.

E nel battito incalzante

or si levan dal passato

disperate vane grida

e preghiere implorazioni

e si sente esasperato

cupo un senso di rivolta

ai soprusi dei baroni

arroccati come falchi

nel castello che incombeva

fosco tetro sulla valle.

Vico del SeminarioE risuonan più vibranti

ossessivi i tamburelli

e la loro è ancor la voce

di una terra vinta e offesa

con un tragico destino

di dolore e di miseria.

E ora tornano al ricordo

le violenze e le battaglie

che bagnata t’han di pianto

e di sangue dolce Irpinia:

i furiosi crudi assalti

e dei fieri Longobardi

e degli avidi Normanni,

i villaggi messi a fuoco

e rapine furti stupri

e gli strenui difensori

massacrati fra bestiali

ebbre urla di vittoria

e le folli disperate

alte grida di terrore

e i singhiozzi ed i lamenti

d’alcun misero scampato

alla barbara ferocia.

Mulino Mongelli– III –

Ed il ritmo diviene

or più lento, ancor più lento

e le stanche ultime note

già si perdono nel cielo.

E così svaniscon pure

prepotenze e patimenti

e a sperar si torna ancora

e si è pronti a lavorare

a lottare ed a soffrire

per avere finalmente

un domani non da servi.

“Oh, domani… Sì, domani…”

e tra il vino e la stanchezza

più radioso è il nuovo giorno

e s’avvera già ogni sogno.

Falò MisericordiaE scomparse son le fiamme

e la brace ormai s’attenua

ma ora resta la certezza

del riscatto dal passato

per il popolo nuscano

buono arguto sano forte

che per secoli ha sofferto

su una terra sempre avara

e ha pagato l’esistenza

con le lacrime e il sudore.

Ed un giorno finalmente

in un tempo non lontano

riderà di nuovo il sole

su una Nusco rinnovata

sulla bella verde Irpinia

e su questa gente fiera

che il futuro sa affrontare

con indomita speranza

e con quella fede certa

che ci illumina il cammino

faticoso della vita.

Panorama da Via S. Croce

COMPOSTA  IN VERSI LIBERI NEL 1956, AMPLIATA RIELABORATA E RESA IN OTTONARI SCIOLTI (3° E 7° TONICA) NEL 1994.

da “O Alba Breve”, di Ettore Della Gatta

O Alba Breve 1956-1958

Fotografie: NUSCO di Agostino Della Gatta

Veduta Aerea