Baronia_2012 _di Salvatore Fuschetto

La territorialità prima di tutto. La salvezza di trascorsi stili di vita, la ripresa di tipicità locali. Il vento e i campi di frumentone, le mele annurche e il capicollo, lo zufolo e l’oralità.

E ancora la proliferazione di siti e pagine web dove custodire detti locali e condividere antiche ricette e tradizioni.

Si direbbe una nuova volontà di identità, il riconoscimento di una caratterizzazione geografica e qualitativa.
C’è gente che langue al ricordo – anzi, alla fantasticheria – della vita nel borgo, con i lavoratori di ritorno dai campi al tramonto gravati da sporte di antiossidanti naturali.

E via con la promozione di questo, alla tutela di quell’altro, all’innovazione del vetusto.
Questa gente dal cuore in fibrillazione storica, dovrebbe associare al campo coltivato le bestemmie della fatica nella terra, il sudore negli occhi – a vangare regolarmente la terra troppo arsa o troppo fradicia d’acqua. Questa gente dovrebbe intuire ‘lu pezzuco’ dietro l’ortaggio, ‘lu crampìno’ da sfondo al tubero, la polvere bruciante in gola assisa sulla balla di fieno, la vrenna e i frutti per il pappone da portare al porco.

Baronia_2012Il vostro coniglio paesano, significa allevamento: pulizia delle bestie, cura quotidiana, sgozzamento – spellamento – eviscerazione – macello.

Merda, sangue, fatica da lavare via la sera, prima di crepare fino al mattino.
Ma credo che l’eccesso di questa nuova e inedita immaginazione, appena dopo il corso di coltivazione dell’agro, produrrebbe nei cantori del vecchio una punta di scoramento.
E chi pensava all’esistenza della falce e dei trattori, in queste faccende di territorialità?
E’ semplice comporre la poesia quando si hanno le manine piccine e linde. Pensino di lordarsele, prima di riferirsi a fantomatiche ‘tutele di un patrimonio’.

Baronia2_2012La verde Irpinia è grande e bella, ma improduttiva. Improduttiva perché la vocazione all’agricoltura è accantonata dai padri che non ricavano più nulla dalla coltivazione dell’orto (lo stesso orto di trenta anni fa), e dai figli che ringhiano per la salvaguardia della territorialità da connessioni romane, napoletane o bolognesi. Bene. Abbiamo le tradizioni, abbiamo fertili terreni, abbiamo coscienza delle potenzialità inespresse. Impariamo a maneggiare il verderame per le viti, ad allevare il coniglio ed il cappone, ad irrigare pomodori e fiori di zucca al calare del sole estivo, a lanciare il cingolato lungo i pendii da dissodare. La verità è che siamo tutti incapaci di un disegno simile.
Impariamo a fare, prima che pensare.

Formicoso2_2012Se un appezzamento non diventa produttivo, è bene che venga sottoposto ad estrazione petrolifera, come si sta decidendo. Ma qui, miei cari partigiani del territorio, storcete il muso, vi incazzate al pensiero dell’inquinamento che ne verrà e del fumo oleoso dell’impianto di raccolta e lavorazione.
Questo non si tocca, quello è patrimonio dei fantasmi di don Ciccio e masto Pasquale di centocinquanta anni fa.

Chiedete i permessi, ottenete licenze, attrezzatevi, comprate macchine e macchinari, pagate mietitori e veterinari, acquirenti e venditori di sementi e concimi, braccianti e raccoglitori. Compratevi gli scarponi di una taglia più grande, create tipicità.

Organizzate cooperative e consorzi. Produttivi, preferibilmente.

Non la sagra, non il falò invernale, nemmeno il mercatino. I novelli Teocrito delle frasche servono a farci sparlare nei bar delle ultime uscite epigrammatiche, come le georgiche che imbrattano le quattro croste esposte per i villeggianti estivi nei grigiosporchi castelli nostrani.

Baronia3_2012I battaglieri dell’ambiente, virgulti rabbiosi legittimati dalla specialistica in management delle risorse alcoliche, dovrebbero pure considerare che il modo di lasciare nel sottosuolo gli idrocarburi consiste nel valorizzare il soprasuolo. Ma scavare solchi di pochi centimetri con attrezzi a mano o a macchina costa più impegno che lasciar fare ad una ditta che perfori per centinaia di metri con la trivella, concordo.

Alcune grandi questioni, ahinoi, si dirimono con grossolane semplificazioni.

La frammentazione delle proprietà immobili e l’assenza di imprenditoria agricola decretano la riconversione degli ettari inutilizzati. Nuove risorse, nuovi posti di lavoro, nuova monetizzazione.
Ma voi che non ci state, muovetevi. Chiedete ai vostri nonni come si lavora il granturco. Fatevi dire di quando ogni famiglia fuori dalle mura dei centri storici possedeva una stalla con qualche vacca da latte. Figuratevi la promozione di sapori, l’orgoglio del lavoro. Se vi avviate, vi seguo. Certo non alla maniera antica di gestione dell’ager familias, ma con le moderne capacità d’impresa.
Ma in caso contrario, tacete come taccio io e compratevi il cappellone alla moda di J -R di Dallas.
Se di terra non si vivrà, di terra ci si ammalerà. Ma con qualche euro in sacca, nel frattempo.