Logo2_di Franca Molinaro

Legna bagnata  per la “focalenza” di Sant’Antonio a Castelfranci, che ne ha rimandato l’accensione. Si è svolto, invece, con successo il primo incontro-studio “Le Ricorrenze della Grande Madre” dedicato a Sant’Antonio Abate ed ai fuochi rituali. Ha introdotto l’assessore Vincenzo Gambale, a seguire il saluto di Agostino Della Gatta, l’intervento di Alessandro Di Napoli, Vincenzo Di Lalla, Paolo Saggese, il sindaco Generoso Cresta. Un pubblico interessato e numeroso ha ascoltato gli interventi qualificati dei relatori. Dalle parole del prof. Di Napoli è emerso che, in paese, fino ad alcuni decenni addietro, si allevava un maiale libero. Si pregava Sant’Antonio per ottenere una numerosa figliolanza  delle scrofe così, uno dei maialino era destinato al santo. Il parroco benediceva il porcello che diveniva “u puorco re Sant’Antuono”.

Qualche cittadino metteva a disposizione “o stalluccio”, un porcile dove il maialino andava a dormire; a volte capitava che, essendo il paese diviso in rioni, ogni rione metteva a disposizione uno stalluccio così il porcello si ritrovava con più case. Il maiale era estremamente autonomo e ben rifocillato da tutti in quanto ognuno aveva un’attenzione per la bestia dal sacro legame. Arrivato il giorno del sacrificio, il 16 gennaio, nessuno si offriva per ammazzarlo perché ormai era diventato come un amico di tutti, allora si ricorreva al macellaio senza rivelargliene l’identità. Le carni ottenute dalla macellazione erano in parte regalate alle famiglie bisognose, in parte vendute. Ogni Castellese accorreva per comprarne perché, c’era convinzione, che avessero potere terapeutico e preventivo. Sant’Antonio era inoltre invocato in periodo di siccità, da quanto raccolto dal professore, in Sicilia, la statua del santo era calata in un pozzo prosciugato fino a fargli toccare la melma del fondo, poi era tirata fuori. Dall’intervento di Vincenzo Di Lalla sono emersi due interessanti aspetti, la gastronomia e la comunione del popolo. Il falò era occasione di incontro per tutto il periodo della preparazione. Le persone andavano in cerca di legna (Quest’anno ho visto i ragazzi di Sant’Andrea di Conza girare con le carriole per la questua), la trasportavano in un luogo comune, a quei tempi il paese era diviso in tre rioni, l’ammucchiavano e poi l’accendevano la sera del 17. Questuavano anche le patate che poi cuocevano sotto la cenere del falò e consumavano in comitiva. A Bonito, diversamente, vicino al falò si consumavano i “jusci”, castagne, ceci e semi di zucca abbrustoliti. Il termine è onomatopeico e stà a indicare il gesto del soffiare le mani bruciate dai semi cotti e mangiati caldissimi. L’intervento di Paolo Saggese ha descritto il fuoco in epoca classica non omettendo riferimenti alla nostra tradizione, ai falò della sua infanzia allestiti con sacrificio da tanti fanciulli poi superati per grandezza da qualche facoltoso imprenditore che inviava un camion di materiali e, senza molto impegno allestiva il più spettacolare fuoco del paese. La tradizione vuole che le dimensioni del falò siano direttamente proporzionate ai benefici che il santo arrecherebbe ma non so in questo caso quanto la cosa sia valida. Secondo il professore Saggese, il terremoto dell’Ottanta ha cancellato molte tradizioni tra cui quella dei fuochi di mezzo inverno, il sisma ha distrutto i paesi e smembrato i gruppi che, in comitiva, mantenevano le tradizioni. I fuochi, spiega il professore, sono all’origine della nostra civiltà, gli animali possono sopravvivere senza ma non l’uomo, è per questo che l’elemento, fin dalle epoche più remote è tenuto in gran considerazione ed ha generato numerosi rituali. Nell’antica Grecia e a Roma, esisteva una serie di riti di mezz’inverno compresi tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera. Erano riti lustratori rivolti alla dea Tellus, in cui i sacerdoti accendevano un fuoco e da questo venivano prelevati rami come fiaccole e portati tra i villaggi ed i campi. Corrispondenti al nostro Natale c’erano i Saturnalia, riti propiziatori per il ritorno del sole durante i quali erano tutti in festa e gli uomini ricevevano doni dalle donne, ricambiati poi nei Matronalia del primo marzo. Nei primi giorni di gennaio si celebravano i Compitalia dedicati ai lari dei crocicchi, l’intento era di invocare protezione sui viandanti, motivo sopravvissuto, probabilmente, nelle edicole dei santi cristiani poste lungo le strade. Tra gennaio e febbraio si celebravano le ferie sementive affinchè la Grande Madre accogliesse nel suo grembo il seme e procurasse un abbondante raccolto. Il 23 febbraio si celebravano i Terminalia, un rito italico, dedicato al dio Termine protettore dei confini. Si facevano processioni verso i termini e si accendevano fuochi, si consumavano cibi in comunione con i vicini. Infine, in aprile, si sacrificava una vacca gravida per propiziare la fertilità dei campi. Il mio intervento è stato un’escursione dalle origini ai giorni nostri attraverso i riti cruenti dei Celti e la storia di Sant’Antonio Abate. Ha concluso il sindaco Generoso Cresta sottolineando l’importanza della conoscenza storica, per evitare lo smarrimmento in un momento così difficile. È indispensabile, inoltre, che la cultura sia patrimonio della massa e non di una elit affinché, chi sacrifica per essa la propria vita possa avere un riconoscimento.